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1.3 – COMPLICI GRANDI E PICCOLI – parte prima

COMPLICI GRANDI E PICCOLI

–    E’ fresca questa mozzarella?

–    Freschissima signora! Arrivata stamattina.

E che dovrebbero dire mai i Media di sé stessi? È molto probabile che chi si occupa di social network o microblogging debba necessariamente arrogarsi la pretesa di aver scoperto l’innovazione definitiva grazie alla quale il mondo non sarà più lo stesso. Ci si pompa da soli nel circuito molto autoreferenziale dell’hype.

Clifford Stoll esprime qualche dubbio sul fatto che l’informazione sia potere e che Internet sia oggi la tecnologia che dà questo potere:

      Boh.

      Questi cliché triti e ritriti mi lasciano perplesso. Quando sarebbe iniziata questa era dell’informazione? All’inizio degli anni Ottanta, con i primi personal computer? O nel 1964, quando Marshall McLuhan per primo usò il termine? E nell’ottobre del 1929, quando la notizia del crollo borsistico si diffuse istantaneamente via radio in tutto il mondo, vivevamo già nell’era dell’informazione? È forse il 1848 a segnare l’inizio di questa era, quando Morse inviò il primo telegramma? E che dire del 1733?

      Mi sa che siamo sempre vissuti nell’era dell’informazione, ma che solo di recente sono emersi dei tecnocrati arrogantemente autoproclamatisi i sacerdoti di un nuovo ordine. Su Internet passano tonnellate di informazione, ma di sicuro nessuno ne trae un pur minimo potere.

      L’informazione non è potere. Nella vostra comunità, chi dispone di maggiore informazione? I bibliotecari, che notoriamente non possiedono alcun potere. E chi detiene il maggior potere? I politici, ovviamente: e si sa che di solito sono male informati.

I media siano sempre stati estremamente sensibili all’innovazione tecnologica. Qualche esempio? DIGICASH[1]. Oggi di questa storia si trovano scarse tracce, come solo tra pochi mesi si sarà persa ogni memoria della fede dei giornalisti economici nei derivato.

Se la situazione è evidente nell’informazione, diventa deprimente nell’istruzione. Dall’euforia dei primi programmi di edutainment – imparare divertendosi! – sviluppati negli Stati Uniti e aspramente criticati da Clifford Stoll alla palese e più recente assurdità dell’intenzione di passare alle lavagne digitali. Il problema è sempre lo stesso: quando ci sono gli sponsor, dove girano tanti soldi, di fronte all’opportunità di delegare ai tecnici un settore delicato e impegnativo, lo scettico va emarginato con l’accusa di essere un primitivo reazionario. È subito chiaro chi vince la partita, no?

Per sostenere certe iniziative bisogna non avere la minima idea di cosa sia il mondo reale oppure essere in assoluta malafede. Per rimanere sospesi tra gonfiata dai media ed educazione (o colonizzazione culturale?) come non pensare a Nicholas Negroponte e Kofi Annan che annunciavano sorridenti il One Laptop Per Child al World Summit on the Information Society a Tunisi nel novembre del 2005? Un “utopismo digitale” globalizzato e valido per tutto il mondo, senza tener conto delle priorità locali in un contesto dove i bisogni fondamentali sono ben lontani dall’essere soddisfatti. Il computer a manovella da 100 dollari a pezzo non è mai decollato, anche perchè nessuno è riuscito a contenere il prezzo sotto i 200. Però, certo, è molto cool e del resto anch’io l’unica cosa a dinamo (la radio Eton) che ho mai preso è stata per regalarla a un tipo molto trendy, di quelli che vivono di aperitivi.  


[1]   Era possibile lasciar disperdere nella Rete un nome così attraente? Oggi esiste ancora, ma con una forma leggermente cambiata: www.digica.sh. sh è la sigla dei dominii di Saint Helena.

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